La Juventus sceglie Neto, e sulla scelta in sé c’è poco da contestare. Conosce Torino, conosce il peso della maglia, ha esperienza e può essere immediatamente utile. Se serve sicurezza tra i pali, affidarsi a un portiere navigato è quasi una conseguenza naturale. Eppure, guardando appena oltre l’emergenza, nasce una domanda inevitabile: se esiste la Next Gen proprio per preparare i giovani al salto, perché nel momento del bisogno non è arrivato quello di Riccardo Radu?
La questione non è mettere Neto contro Radu. Sarebbe troppo semplice.
La questione riguarda la Juventus e ciò che vuole realmente ottenere dalla propria seconda squadra.
Juventus sceglie Neto, ma la Next Gen deve portare da qualche parte
La Next Gen è stata una delle intuizioni più importanti del progetto juventino degli ultimi anni. Ha permesso di evitare quel limbo nel quale molti giovani italiani rimanevano sospesi tra Primavera e prima squadra, troppo grandi per una e non ancora pronti per l’altra.
Il passaggio intermedio ha funzionato.
Giocatori cresciuti lì hanno raggiunto la prima squadra, altri sono diventati patrimonio tecnico ed economico del club, altri ancora hanno trovato spazio nel calcio professionistico.
E allora è proprio quando nasce un’emergenza che quel progetto viene messo alla prova.
Radu è dentro quel percorso. Gioca, cresce, accumula esperienza. Quando però la Juventus ha avuto bisogno di intervenire sulla porta, la risposta è arrivata dall’esterno: Neto.
Scelta legittima. Ma significativa.
Radu non è stato bocciato. Però non è ancora stato scelto
La parola “bocciatura” rischia di deformare il discorso.
Lasciare Radu in Next Gen può avere perfettamente senso. Lì gioca. In prima squadra avrebbe potuto trovare poco spazio una volta terminata l’emergenza, perdendo proprio ciò che serve maggiormente a un giovane portiere: minuti, errori, partite vere, responsabilità.
C’è però una differenza tra continuare a credere in un ragazzo e considerarlo pronto.
Non essere bocciati non significa necessariamente essere considerati pronti.
Ed è questo che la scelta di Neto sembra raccontare.
La Juventus continua a credere nel percorso di Radu, ma quando ha dovuto mettere una rete di sicurezza davanti alla propria porta ha preferito un uomo di esperienza.

Il fantasma di Daffara e quella porta difficile da conquistare
Non è nemmeno la prima volta che attorno a un portiere della Next Gen nasce questa aspettativa.
Giovanni Daffara aveva percorso una strada che sembrava poter avvicinare progressivamente alla prima squadra. Poi le traiettorie hanno preso direzioni differenti.
Radu rappresenta una storia diversa, naturalmente. Ma la domanda rimane la stessa: quanto deve essere bravo un giovane portiere perché la Juventus decida davvero di rischiare?
Forse molto più di un centrocampista o di un attaccante.
Perché il portiere non entra gradualmente nel progetto. Quando viene scelto, deve esserci.
Ogni uscita sbagliata pesa. Ogni pallone non trattenuto diventa un caso. Ogni punto perso può trasformarsi in un processo.
È comprensibile che un grande club scelga prudenza.
Ma senza il rischio, prima o poi, nessun giovane diventa un portiere da grande club.
Neto oggi, Radu domani?
La soluzione migliore sarebbe che le due cose non fossero in contraddizione.
Neto può garantire esperienza oggi e Radu continuare a costruire il proprio domani. Anzi, proprio la presenza del brasiliano potrebbe evitare di bruciare una tappa e consentire al giovane di arrivare alla prima squadra quando sarà realmente pronto.
Ma quel momento dovrà arrivare.
Altrimenti la domanda sulla funzione della Next Gen diventerebbe inevitabile: stiamo formando giocatori per la Juventus oppure giocatori che la Juventus preferirà poi mandare altrove?
Il ritorno di Neto risolve il presente.
La permanenza di Radu in Next Gen lascia aperto il futuro.
E forse la parte più interessante dell’operazione comincia proprio qui.
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