La Juventus ha vinto a Lecce, ma la soddisfazione per i tre punti non riesce a cancellare una sensazione più profonda: questa squadra continua a somigliarci troppo poco. Possiamo essere contenti del 2-0 e, nello stesso momento, sentirci lontani dal modo in cui la Juve affronta il proprio presente.
Non è ingratitudine e non è la pretesa di vincere sempre. È il bisogno di riconoscere un’intenzione, una determinazione che rimanga visibile anche quando la qualità non basta e le difficoltà aumentano. Quella volontà di imporsi che dovrebbe precedere il risultato, anziché dipenderne.
Dirlo dopo una vittoria rende il ragionamento ancora più necessario, perché impedisce di liquidarlo come lo sfogo di un tifoso deluso.

Juventus, ci manca una squadra nella quale riconoscerci
Gli infortuni pesano e sarebbe assurdo negarlo. Un allenatore con meno alternative lavora peggio e una formazione privata di giocatori importanti perde risorse. Eppure non riesco a convincermi che il ritorno dei titolari basterebbe a restituirci la Juventus.
La qualità può risolvere un’azione; la fiducia reciproca permette di affrontare insieme una partita. Oggi vedo troppo spesso giocatori che sembrano preoccupati di non compromettere la propria posizione, mentre una squadra dovrebbe aiutare ciascuno ad assumersi una responsabilità.
Non significa chiedere iniziative sconsiderate. Significa sapere che, dopo un errore, il compagno continuerà a cercarti e che intorno esiste una struttura capace di sostenerti. Senza questa certezza si finisce per nascondersi dentro la giocata più semplice, lasciando che la paura decida al posto del talento.
Per questo le difficoltà dei singoli nel diventare squadra meritano un giudizio che vada oltre le pagelle. Un giocatore può fare il proprio compito e lasciare comunque irrisolto il problema collettivo.
Cosa chiediamo quando evochiamo Conte
Per un tifoso juventino, il nome di Conte richiama soprattutto una sensazione: tornare ad avere fame. Scendere in campo senza sentirsi battuti in partenza, affrontare un avversario con la convinzione di potergli imporre qualcosa, smettere di considerare le difficoltà un destino.
È questo il senso della cura Conte. Non la richiesta di un ritorno, ma il richiamo a un metodo che rende il massimo impegno una condizione normale e l’appagamento un problema da correggere.
Non è nostalgia per chi c’era. È insofferenza per ciò che siamo diventati, per questa capacità di trovare sempre una spiegazione alla distanza dai nostri obiettivi senza riuscire a ridurla.
Il problema, quindi, non è soltanto Spalletti. Alla Juventus serve il furore che Conte rappresenta, una forza capace di scuotere chi si protegge e restituire convinzione a chi l’ha persa. Bisogna far resuscitare i morti, sportivamente parlando, ma nessun allenatore può riuscirci se la società continua ad amministrare l’attesa.
La proprietà deve avere la stessa fame
Sarebbe comodo chiedere ai giocatori di dare tutto e lasciare che ai piani superiori basti evitare il peggio. L’ambizione deve partire da chi stabilisce la direzione, sceglie i dirigenti e decide quali risultati considerare sufficienti.
Qui nasce il problema delle ambizioni societarie e della continuità del progetto: un tifoso può accettare il tempo necessario a costruire, ma deve poter riconoscere qualcosa che cresce. Se ogni stagione rimette in discussione quella precedente, la pazienza finisce per finanziare soltanto un’altra ripartenza.
La cura Conte, intesa come principio, imporrebbe alla proprietà la stessa pretesa rivolta alla squadra. Competenza, scelte coerenti, disponibilità a correggersi e volontà di sostenere uomini capaci anche di disturbare gli equilibri.
Una società che non considera il massimo risultato sportivo una priorità difficilmente desidera una pressione del genere. Eppure è proprio questa pressione che manca a una Juventus troppo abituata a convivere con ciò che non funziona.
Le tre stelle ci chiedono di più
Il museo non vince le partite e la storia non sistema la classifica. Ma le tre stelle sul petto ricordano che questa maglia porta con sé una responsabilità, anche nelle stagioni difficili.
Possiamo accettare giocatori con dei limiti. Non possiamo abituarci a una società che sembra aver ridotto le proprie pretese fino a farle coincidere con quei limiti.
A Lecce abbiamo ottenuto tre punti; a Genova ne cercheremo altri. Ciò che vorrei ritrovare, però, è una Juventus che affronti entrambe le cose con un’identità precisa, sostenuta dalla convinzione di tutto il club.
Non chiediamo di vincere perché siamo la Juve. Chiediamo che la Juve torni a fare tutto ciò che serve per vincere.
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