La Juventus di Spalletti continua a chiedere fiducia, ma è proprio la fiducia ciò che oggi sembra mancare maggiormente. Non quella dei tifosi, che possono discutere, contestare e pretendere risposte, bensì quella che dovrebbe unire società, allenatore e giocatori attorno a un obiettivo comune. Perché una squadra può attraversare un periodo difficile, può perdere partite e commettere errori, ma non dovrebbe mai dare la sensazione di non sapere come reagire.
Non basta chiedere ai tifosi di avere pazienza. Serve una squadra che dimostri di credere nel proprio allenatore e un allenatore che sappia trascinarla. Forse è arrivato il momento di cambiare, soprattutto per responsabilizzare i giocatori.
La sconfitta contro la Lazio ha lasciato qualcosa che va oltre il risultato. Ha riproposto l’immagine di una Juventus fragile, incapace di trasformare le proprie intenzioni in una prestazione all’altezza delle aspettative. E quando questa impressione diventa ricorrente, parlare soltanto di infortuni, sistemi di gioco o mercato rischia di diventare una maniera per aggirare il problema.
Il tifoso juventino non pretende necessariamente una squadra perfetta. Pretende però di riconoscere un gruppo che abbia voglia di imporsi, che non si arrenda alle prime difficoltà e che dimostri di condividere un obiettivo.
È questo che oggi fatico a vedere.

Juventus Spalletti: prima degli schemi servono convinzioni
Si discute della difesa a tre, della possibilità di proteggere meglio il centrocampo e di una distribuzione differente dei compiti. Sono questioni importanti, ma non sufficienti a spiegare le difficoltà.
Spalletti può scegliere qualsiasi disposizione. Se i giocatori non comprendono le consegne, non possiedono le caratteristiche per eseguirle oppure non riescono a interpretarle insieme, cambiare modulo serve a poco.
Un centrocampista deve sapere quando accompagnare l’azione e quando restare a protezione della difesa. Un esterno deve riconoscere il momento per attaccare lo spazio e quello per ripiegare. Un attaccante deve partecipare alla pressione sapendo che i compagni lo seguiranno.
Sono comportamenti che richiedono preparazione, ma anche fiducia reciproca.
E allora bisogna chiedersi quanti calciatori della Juventus siano realmente capaci di interpretare tutte queste richieste. Non soltanto per qualità tecnica, ma per rapidità di lettura, disponibilità e capacità di giocare per gli altri.
Se alcuni non possiedono determinate caratteristiche, l’allenatore deve individuarne i limiti e costruire soluzioni differenti. Ma se i giocatori sono in grado di eseguire una consegna e continuano a non farlo, la responsabilità diventa anche loro.
La Juventus non può essere un gruppo nel quale ogni difficoltà produce una nuova giustificazione.
La squadra dovrebbe assomigliare al suo allenatore
C’è una domanda che continuo a pormi: quanto di Spalletti vediamo davvero nella Juventus?
Non mi riferisco al suo modo di parlare o di comportarsi davanti alle telecamere. Mi riferisco al carattere che dovrebbe emergere in campo.
Una squadra che crede nel proprio allenatore dovrebbe avere fiducia nelle sue indicazioni, aiutarsi nelle difficoltà e mantenere una personalità riconoscibile anche quando la partita si complica.
Non significa vincere sempre. Significa non perdere la propria identità alla prima difficoltà.
Eppure, troppo spesso, questa Juventus mi appare molle, poco determinata, incapace di trovare quella reazione collettiva che dovrebbe appartenere a una squadra con ambizioni importanti.
Se diciamo che una formazione aggressiva e coraggiosa rispecchia il proprio allenatore, dobbiamo accettare che anche una squadra fragile possa riflettere qualcosa della sua guida.
Non necessariamente le convinzioni interiori del tecnico, che nessuno può conoscere, ma la sua capacità di trasformarle in comportamenti.
E qui nasce la mia perplessità più grande.
Spalletti racconta una Juventus che, sul campo, non riesco a riconoscere.
Dopo la Lazio, lo stesso allenatore ha parlato della necessità di maggiore carattere, coraggio ed energia. Sono parole che individuano correttamente il problema, ma che rendono inevitabile una domanda: perché quella mentalità non riesce a diventare patrimonio della squadra?
Un allenatore deve essere il primo a indicare una strada. Ma deve anche convincere i giocatori che quella strada sia percorribile.
Spalletti crede davvero in questi ragazzi?
Prima di chiedere se i calciatori credano in Spalletti, vorrei capire quanto Spalletti creda nelle potenzialità dei propri calciatori.
È una distinzione fondamentale.
Un allenatore può sapere che la rosa è incompleta, che mancano determinate caratteristiche e che gli infortuni limitano le possibilità di scelta. Ma deve comunque essere convinto di poter costruire qualcosa con gli uomini disponibili.
Altrimenti il rischio è quello di lavorare continuamente alla ricerca di una soluzione che non si considera mai veramente soddisfacente.
Non sto affermando che Spalletti abbia perso fiducia nei suoi giocatori. Non ne abbiamo la prova. Mi domando però se sia ancora pienamente convinto di poter ottenere da questo gruppo ciò che desidera.
Perché, se questa convinzione esiste, dovrebbe emergere progressivamente nel modo in cui la Juventus affronta le partite.
E se non emerge, bisogna capire perché.
I giocatori non comprendono le indicazioni? Non possiedono le caratteristiche per eseguirle? Oppure l’allenatore non è riuscito a trasmettere loro quella sicurezza necessaria per interpretarle?
Sono domande alle quali non possiamo rispondere con un semplice cambio di modulo.
Ascoltare i giocatori non significa lasciare loro la guida
Il confronto tra allenatore e squadra è normale, soprattutto nei momenti difficili. Spalletti deve ascoltare i suoi uomini e capire quali situazioni li mettano maggiormente in difficoltà.
Ma ascoltare non significa rinunciare alla propria idea di calcio.
Un tecnico viene scelto per guidare, individuare soluzioni e assumersi responsabilità. Non per cercare continuamente un accordo sulle preferenze dei singoli.
Se un giocatore non riesce a interpretare una consegna, bisogna comprenderne il motivo. Può mancare una qualità tecnica, può esserci un problema di condizione oppure una difficoltà nella comprensione del movimento.
In questi casi adattare il lavoro è giusto.
Diverso sarebbe modificare continuamente i principi del proprio calcio perché i giocatori non riescono, o non sono disposti, a seguirli.
Se questa dinamica fosse confermata, sarebbe il segnale di un rapporto da ripensare.
Perché la Juventus non può diventare una squadra nella quale siano le difficoltà dei calciatori a determinare continuamente la direzione tecnica.
La fiducia a tempo non costruisce una Juventus
La società ha il diritto di valutare il lavoro di Spalletti. Ma deve anche assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Se crede nell’allenatore, deve sostenerlo. Se ritiene che il progetto non possa funzionare, deve avere il coraggio di cambiare.
La fiducia non è una promessa eterna, ma non può nemmeno essere una formula da ripetere dopo ogni sconfitta.
Una squadra ha bisogno di sapere quale direzione intenda seguire la società. L’allenatore deve poter lavorare senza che ogni partita diventi una prova definitiva della sua permanenza.
Ma soprattutto deve essere chiaro se la Juventus stia ancora costruendo qualcosa con Spalletti oppure stia semplicemente aspettando di capire quando cambiare.
Perché aspettare non significa necessariamente avere pazienza.
Talvolta significa soltanto rimandare una decisione difficile.
Cambiare Spalletti per chiedere finalmente conto ai giocatori
Ed è qui che arrivo alla mia conclusione.
Credo che la Juventus debba esonerare Luciano Spalletti.
Non perché sia necessariamente il principale responsabile. Non perché i giocatori meritino di essere assolti o perché un nuovo allenatore possa risolvere automaticamente ogni problema.
Al contrario, penso che un cambiamento possa essere necessario proprio per restituire ai calciatori tutte le loro responsabilità.
Non è accettabile che un gruppo possa eventualmente condizionare fino a questo punto le scelte, le convinzioni e il lavoro di un allenatore. E se davvero il rapporto fosse arrivato a una continua ricerca di compromessi, senza produrre miglioramenti riconoscibili, la società dovrebbe intervenire.
Ma dovrebbe farlo in modo completamente diverso da una semplice sostituzione.
Serve un tecnico di carattere, convinto delle proprie idee e soprattutto capace di credere nelle potenzialità del gruppo. Un allenatore al quale la Juventus affidi un mandato pieno, garantendogli sostegno anche quando dovrà assumere decisioni scomode.
Nessuna fiducia a scadenza settimanale. Nessuna gerarchia da ridiscutere continuamente. Nessuna ambiguità sulla responsabilità della guida tecnica.
A quel punto toccherebbe ai giocatori.
A chi possiede qualità importanti, ma non riesce a esprimerle con continuità. A chi fatica a comprendere le consegne. A chi dovrebbe assumersi maggiori responsabilità nei momenti difficili. E anche a chi, eventualmente, non fosse disposto a mettere le proprie caratteristiche al servizio del gruppo.
Tutti dovrebbero dimostrare di meritare la Juventus.
Un nuovo allenatore non garantirebbe uno shock positivo. Potrebbe incontrare gli stessi problemi e ottenere risultati inizialmente peggiori. Ma almeno la società avrebbe l’occasione di definire una direzione chiara, senza riprodurre le incertezze precedenti.
Se poi anche con una nuova guida, sostenuta davvero dalla dirigenza, continuassero a emergere le stesse fragilità, diventerebbe inevitabile interrogarsi con ancora maggiore severità sui calciatori.
Perché non può essere sempre il tecnico a pagare, mentre chi scende in campo rimane al riparo da ogni valutazione.
Esonerare Spalletti non per dare ragione ai giocatori, ma per togliere loro gli alibi.
Questa, oggi, è la scelta che ritengo necessaria. Non per cancellare il passato con un gesto impulsivo, ma per costringere la Juventus a guardare finalmente anche dentro il proprio spogliatoio.
La maglia non può diventare una giustificazione. Deve tornare a essere una responsabilità.
Fonte ufficiale
Juventus — Le dichiarazioni di Spalletti e Vicario dopo la Lazio