Ci sono cose che nel calcio non si vedono nelle statistiche.
Non le trovi nel possesso palla, nei chilometri percorsi, nei tiri in porta o nella percentuale dei passaggi riusciti. Non le puoi mettere dentro una tabella e nemmeno trasformarle facilmente in un dato.
Eppure ci sono.
La Juventus, per esempio, per anni ha avuto qualcosa che agli altri sembrava quasi impossibile spiegare. La chiamavamo Juventinità. Non era soltanto il modo di giocare, non era soltanto la qualità dei giocatori e non era nemmeno una questione di maglia.
Era la sensazione che, in qualche modo, quella partita la Juventus avrebbe trovato il modo di vincerla.
Contro l’Atalanta qualcosa si è visto.
Non abbastanza per arrivare a conclusioni definitive e nemmeno per pensare che una vittoria abbia improvvisamente risolto tutto. Ma abbastanza, forse, per cambiare leggermente la domanda.
Quella sensazione che sembrava essersi persa sta tornando?
Io non lo so ancora. Ma forse è proprio qui che entra in gioco Spalletti.
Spalletti crede nella sua Juventus?
Io credo di sì.
Le sue parole raccontano un allenatore che cerca soluzioni, che non vuole costruire alibi e che continua a parlare della squadra come di un gruppo capace di adattarsi alle difficoltà. Prima di Sassuolo, dopo l’infortunio di Locatelli, ha spiegato che l’assenza del capitano avrebbe distribuito responsabilità su tutti e che la rosa consentiva di cambiare sistema.
È un modo di vedere la squadra che mi piace.
Perché significa non piangere sugli assenti e non cercare scuse.
Ma c’è un’altra domanda.
La squadra sta cominciando a credere in se stessa quanto Spalletti dice di crederci?
Perché questo è il passaggio che ancora non riesco a leggere fino in fondo.
La Juventus gioca, corre, si organizza, cambia modulo, trova soluzioni. Contro l’Atalanta ha anche vinto e convinto, mostrando qualcosa che va oltre il semplice risultato. Ma io cerco ancora qualcosa in più.
Cerco quella sensazione che una partita non sia semplicemente una partita da giocare, ma una partita da vincere. E non è la stessa cosa.
La Juventus non può soltanto fare il proprio dovere
È questo il salto che aspetto.
Non necessariamente nella qualità. Non necessariamente nei giocatori. Nemmeno, e lo dico con convinzione, nella capacità dell’allenatore. Parlo di quella cattiveria positiva che una volta sembrava appartenere naturalmente alla Juventus.
Fare bene il proprio compito è importante. Ma fare il proprio compito non è la stessa cosa che andare oltre.
E la Juventus, storicamente, è diventata grande proprio quando è andata oltre. Quando il pareggio non era un buon risultato ma una mezza occasione persa, quando la fatica era un dettaglio, quando il giocatore entrava in campo sapendo che avrebbe dovuto dare tutto, non perché qualcuno glielo ricordasse, ma perché quella era la normalità.
La vittoria contro l’Atalanta può essere un segnale. Ma un segnale diventa qualcosa di importante soltanto quando si ripete.
Capisco il percorso, capisco le difficoltà, capisco gli infortuni e capisco che una squadra abbia bisogno di tempo. Però una parte di me continua a chiedersi: stiamo finalmente tornando a considerare la vittoria la normalità e non soltanto la destinazione?
Eppure Spalletti quella vittoria la pretende
Ed è qui che bisogna essere corretti con Spalletti. Perché se stiamo cercando una mentalità diversa, non possiamo ignorare che l’allenatore quella mentalità sembra chiederla.
Contro il Milan aveva parlato della necessità di andare a prendersi certe partite. Dopo Sassuolo ha spiegato di essere stato proprio lui a spingere i giocatori a cercare la vittoria, anche a costo di perdere equilibrio.
Quindi?
Forse la domanda non è se Spalletti abbia capito cosa significhi allenare la Juventus. Forse la domanda è quanto la Juventus stia assorbendo ciò che Spalletti le chiede. E la partita con l’Atalanta, da questo punto di vista, diventa interessante.
Perché la voglia può essere trasmessa, ma deve poi diventare convinzione. E quando diventa convinzione non hai più bisogno che qualcuno, dalla panchina, ti ricordi che quella partita devi provare a vincerla.
Lo sai. Lo senti. E agisci di conseguenza.
Conte è un fantasma oppure un ricordo?
E qui arriva Conte.
Ogni volta che si parla di mentalità, sacrificio, ferocia agonistica, capacità di spremere ogni energia, il suo nome torna fuori.
È inevitabile.
Perché Conte non rappresenta soltanto un allenatore. Per molti juventini rappresenta una stagione della vita della Juventus nella quale il confine tra il possibile e il dovuto sembrava molto più sottile.
Per questo tanti lo vedono ancora come l’uomo capace di fare il salto. Io non so se sarebbe così. Nessuno può saperlo. E soprattutto non credo che Conte debba diventare il metro con cui giudicare ogni allenatore che siede sulla panchina della Juventus.
Però una cosa la spiega: quanto sia forte, tra i tifosi, la sensazione che alla Juventus non sia mancato soltanto qualcosa nelle gambe. Forse è mancato qualcosa nella testa. E forse anche nel cuore.
Se Spalletti riuscirà a riempire quello spazio, il nome di Conte continuerà a far parte della storia della Juventus, ma smetterà probabilmente di essere il termine di paragone del presente.
L’entusiasmo può cambiare la Juventus
Io ho sempre pensato che l’entusiasmo fosse una forza reale. Non un sentimento da tifosi e basta.

Quando un gruppo sente di poter fare qualcosa di importante, corre diversamente, affronta la fatica diversamente, reagisce diversamente all’errore. L’entusiasmo non fa diventare bravo un giocatore mediocre, ma può portare un giocatore bravo a dare qualcosa che senza quella spinta non avrebbe trovato.
È energia.
E forse la Juventus sta iniziando a ritrovarne un po’.
Per questo mi ha colpito anche la presenza di Del Piero allo Stadium nel prepartita contro l’Atalanta. Ha regalato un po’ di magia all’ambiente. Non deve parlare. Non deve più segnare. Non deve nemmeno fare nulla.
Basta che ci sia.
E migliaia di persone ricordano improvvisamente cosa significava sentirsi Juventus.
Forse è nostalgia. Forse è qualcosa di più.
Spalletti deve costruire anche questo
Spalletti ha un compito enorme, perché non deve soltanto trovare il sistema migliore, scegliere gli uomini migliori o mettere ogni giocatore nella condizione di rendere.
Deve capire quale Juventus ha davanti e deve provare a darle una personalità.
Può cambiare modulo, recuperare gli infortunati, trovare soluzioni differenti e sfruttare la duttilità dei suoi giocatori. Lo sta facendo e le sue parole raccontano proprio questa volontà di valorizzare ciò che ha a disposizione. Ma alla fine c’è una cosa che non puoi comprare al mercato e non puoi recuperare dall’infermeria: la convinzione di essere Juventus.
Quella devi costruirla.
Forse Spalletti ha già iniziato a farlo. Forse il suo insistere sulla responsabilità, sull’andare a prendersi le partite, sulla necessità di cercare la vittoria anche rischiando qualcosa è proprio il tentativo di ricostruire quella mentalità.
La vittoria contro l’Atalanta potrebbe essere uno dei primi segnali.
Uno, però. Ed è proprio qui che dobbiamo fermarci, perché una partita può suggerire una direzione, non certificare un cambiamento.
Servirà continuità.
E se quella continuità arriverà, forse capiremo anche se Spalletti era semplicemente l’allenatore che serviva a questa squadra oppure l’uomo capace di farle ritrovare qualcosa che avevamo quasi dimenticato.
Io continuo a sperare nella seconda possibilità. Perché la speranza, a Torino, non è mai stata un problema.
Il problema sarebbe smettere di crederci.
link
- Conferenza pre-Sassuolo — responsabilità collettive e possibilità di cambiare sistema.
- Interviste post-Sassuolo — Spalletti sulla volontà di andare a vincere e sulla perdita di equilibrio.
- Interviste post Juventus-Milan — Spalletti sulla necessità di andare a prendersi la partita.