Da Cabal a Gatti, passando per il ruolo della società: la Juventus deve ritrovare un linguaggio comune prima ancora di decidere come ricostruire la squadra. La Juventus e Spalletti: un rapporto ancora non del tutto decifrato.
Juventus e Spalletti: il problema è davvero il carattere?
C’è un’immagine della trasferta contro l’AZ Alkmaar che merita di essere osservata con attenzione. Non è il gol di Koopmeiners, né quello di Kolo Muani. È Luciano Spalletti che affronta Juan Cabal con un rimprovero durissimo, in un finale nel quale la Juventus ha rischiato di compromettere una partita che sembrava ormai controllata.
Da juventini, siamo abituati a chiedere carattere. Lo pretendiamo da chi indossa quella maglia, soprattutto quando la squadra perde sicurezza, arretra e sembra incapace di gestire situazioni che dovrebbero essere alla sua portata.
E da tempo una parte delle critiche rivolte a Spalletti riguarda proprio questo: la difficoltà di trasmettere ai giocatori la determinazione che lui stesso mostra continuamente.
Ma forse la questione merita di essere affrontata da un’altra prospettiva.
E se il problema non fosse la mancanza di carattere dell’allenatore, bensì la difficoltà di far arrivare quel carattere ai calciatori nel modo giusto?
Spalletti è un tecnico che vive intensamente ogni situazione. Pretende, corregge, richiama, si arrabbia. È parte del suo modo di intendere il calcio.
Il problema nasce quando ciò che un allenatore intende comunicare non coincide necessariamente con ciò che il giocatore percepisce.

Cabal, Cambiaso e il peso degli errori
Cabal ha sbagliato e Spalletti aveva motivi per richiamarlo. Su questo non dovrebbe esserci discussione.
Ma un rimprovero, per quanto giustificato, produce sempre il risultato che l’allenatore desidera?
Alcuni giocatori reagiscono con orgoglio, altri hanno bisogno di spiegazioni e fiducia. Altri ancora potrebbero diventare più prudenti, preoccupati di commettere un nuovo errore.
Non sappiamo se Cabal appartenga a una di queste categorie. Non conosciamo ciò che avviene quotidianamente tra lui e Spalletti.
Tuttavia, guardando le difficoltà che diversi calciatori attraversano, viene spontaneo chiedersi se la serenità con cui affrontano il campo non meriti maggiore attenzione.
Anche il rendimento di Cambiaso può entrare in questa riflessione, senza pretendere di averne individuato la causa.
Perché una cosa è essere incapaci di eseguire una giocata; un’altra è possedere le qualità per farla, ma non riuscire a esprimerle con continuità.
Il calciatore deve assumersi le proprie responsabilità, naturalmente. Non possiamo giustificare ogni errore attribuendolo all’allenatore. Ma nemmeno possiamo ignorare quanto il rapporto con il tecnico incida sulla fiducia e sulle decisioni.
Spalletti deve farsi capire, i giocatori devono venirgli incontro
Spalletti ha un modo di relazionarsi che può ricordare, in alcune circostanze, quello di un padre severo: rimprovera con durezza, ma può anche cercare vicinanza e familiarità.
Un atteggiamento del genere funziona quando chi lo riceve ne comprende il significato.
La Juventus, però, è uno spogliatoio composto da persone differenti, non soltanto da calciatori con caratteristiche tecniche diverse.
Un giovane può interpretare un gesto in modo diverso da un veterano. Un giocatore abituato a un’altra cultura calcistica può aver bisogno di tempo per comprendere il linguaggio dell’allenatore.
E anche due compagni cresciuti nello stesso Paese possono reagire in maniera opposta.
Non si tratta di chiedere a Spalletti di diventare un’altra persona. Si tratta di capire se possa mantenere la propria personalità adattando la comunicazione alle esigenze di chi ha davanti.
Dall’altra parte, però, anche i giocatori devono fare la loro parte.
Un professionista non può pretendere soltanto comprensione e incoraggiamenti. Deve accettare le critiche, cercare il confronto e riconoscere che la severità dell’allenatore può nascere dalla volontà di migliorarlo.
La fiducia non si costruisce in una sola direzione.
Gatti: perché rinunciare proprio a chi ha personalità?
Ed eccoci a Federico Gatti.
Contro l’AZ Alkmaar ha offerto una prestazione di grande sostanza, confermando caratteristiche che conosciamo: aggressività, concentrazione, disponibilità al sacrificio e capacità di assumersi responsabilità.
Gatti non è il difensore più elegante che la Juventus possa schierare. Ma in una squadra che spesso sembra smarrire personalità, quanto vale avere in campo qualcuno capace di richiamare i compagni e mostrare con il proprio atteggiamento cosa significa non tirarsi indietro?
La qualità tecnica è fondamentale, ma non sempre basta.
A volte rinunciare a qualcosa nella costruzione del gioco può essere una scelta ragionevole se permette di guadagnare presenza, determinazione e sicurezza collettiva.
Spalletti dispone di alternative importanti: Bremer, Lucumí, Kelly e Kalulu, utilizzabile anche sulla fascia. Non è semplice trovare posto a tutti.
Eppure, se il problema ricorrente è la mancanza di carattere, diventa legittimo chiedersi perché Gatti non possa rappresentare un riferimento più stabile.
Lo stesso discorso sulla fiducia riguarda Kelly. Quando un calciatore perde centralità nelle gerarchie, deve conoscere le ragioni delle scelte e capire come riconquistare spazio.
Anche questo significa allenare.
Quello zoccolo duro che un tempo faceva la differenza
Chi ha vissuto la Juventus di Barzagli, Bonucci e Chiellini ricorda qualcosa che oggi sembra essersi indebolito.
Non soltanto una difesa fortissima, ma tre uomini che si parlavano, si correggevano, pretendevano attenzione e aiutavano i compagni a rimanere dentro la partita.
E con loro c’erano Buffon, Marchisio e altri giocatori capaci di trasmettere l’identità della Juventus anche fuori dal campo.
Era uno zoccolo duro che non dipendeva soltanto dall’allenatore di turno.
La squadra aveva una propria struttura interna. Chi arrivava trovava compagni pronti a spiegare cosa significasse giocare nella Juventus, come affrontare le difficoltà e quali comportamenti fossero necessari.
Oggi non possiamo pretendere di ricreare la BBC acquistando qualche calciatore italiano.
Quell’identità era nata nel tempo, attraverso qualità, esperienza e responsabilità condivise.
Ma possiamo riconoscere che alla Juventus servono nuovamente figure di riferimento, italiane o straniere, capaci di aiutare i compagni e diventare un collegamento naturale con l’allenatore.
Gatti potrebbe essere uno dei punti di partenza. Da solo, però, non basta.
Una squadra ha bisogno di più personalità che si riconoscano in un modo comune di affrontare il calcio.
Carnevali e la società: serve qualcosa di più della fiducia
In questa situazione Giovanni Carnevali e la dirigenza devono assumere un ruolo centrale.
Non basta chiedere ai calciatori di impegnarsi maggiormente. E non basta neppure dichiarare fiducia nell’allenatore.
Se esistono incomprensioni, bisogna affrontarle.
La società deve aiutare i giocatori a comprendere Spalletti, ma deve anche aiutare Spalletti a comprendere meglio i propri giocatori.
Deve favorire la nascita di una leadership interna e costruire un ambiente nel quale la correzione non diventi automaticamente uno scontro.
Perché il rischio, altrimenti, è ritrovarsi con un allenatore che continua a pretendere determinate risposte e una squadra che continua a non offrirgliele, senza che nessuno riesca a individuare il punto nel quale la comunicazione si interrompe.
La Juventus deve scegliere quale strada percorrere
Ma c’è una questione che va oltre Spalletti e il suo rapporto con lo spogliatoio.
Che cosa vuole diventare questa Juventus?
Se Spalletti è l’uomo sul quale la società intende costruire il futuro, allora bisogna sostenerlo davvero, creando una squadra adatta alle sue idee e aiutandolo a sviluppare un rapporto efficace con tutti i giocatori.
Se invece la dirigenza ritiene che la rosa attuale possieda qualità importanti, ma poco compatibili con il metodo dell’allenatore, deve avere il coraggio di valutare anche un percorso differente.
Cambiare guida tecnica non garantirebbe automaticamente risultati migliori, così come cambiare continuamente giocatori non assicurerebbe la nascita di una squadra più forte.
La terza possibilità è cercare un equilibrio: mantenere Spalletti, chiedergli di evolvere alcuni aspetti della gestione e intervenire soltanto dove la rosa ne ha realmente bisogno.
Qualunque strada venga scelta, deve essere riconoscibile e perseguita con convinzione.
L’immagine di Spalletti e Cabal potrebbe essere soltanto un episodio di tensione. Oppure il segnale di una difficoltà più profonda nel trasformare le intenzioni dell’allenatore in risposte condivise.
La Juventus deve ritrovare il modo di far parlare la stessa lingua a società, allenatore e giocatori. Perché prima ancora di tornare a vincere, deve tornare a sapere con chiarezza come intende farlo.
Fonti ufficiali