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Spalletti non se ne va: cosa sta nascendo tra Juve e Next Gen?

Spalletti non se ne va: cosa sta nascendo tra Juve e Next Gen?

C’è un momento di Juventus-Cremonese nel quale Spalletti e i giovani Juve diventano quasi l’unico tema rimasto in campo. I grandi sono usciti, la Continassa è diventata il terreno dei ragazzi della Next Gen e del settore giovanile. Ci sarebbe Massimo Brambilla ad aspettarli, con una Serie C da giocare e problemi molto più concreti di un’amichevole di ottobre. Eppure Luciano Spalletti è ancora lì. Parla, corregge, indica. Continua anche quando la partita è finita.

Perché?

La risposta più semplice sarebbe: perché è l’allenatore della Juventus e vuole guardare i giovani.

Possibile.

Ma forse c’è qualcosa di più interessante da osservare. Non necessariamente un piano scritto o due squadre che devono giocare allo stesso modo. Piuttosto un confine fra prima squadra e Next Gen che sembra diventare sempre meno rigido.

Spalletti e i giovani Juve
LUCIANO SPALLETTI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Spalletti e i giovani Juve: il confine con Brambilla si accorcia

Makiobo, Amaradio e Grelaud contro la Cremonese non sono entrati quando ormai non contava più nulla.

Sono partiti titolari.

Accanto avevano Bremer, Gatti, Rugani, Kelly, McKennie, Cambiaso e Kolo Muani.

È un dettaglio importante, perché cambia il significato dell’esperimento. Spalletti non ha semplicemente regalato minuti a tre ragazzi: li ha inseriti nel proprio contesto e ha chiesto loro di giocare insieme ai grandi.

Poi sono arrivati gli altri e la Juventus è diventata progressivamente una squadra giovanissima.

Ma il tecnico non ha smesso di allenarla.

Brambilla, del resto, aveva spiegato già in estate come funziona il rapporto. Spalletti conosce quei ragazzi perché li ha avuti durante il ritiro; il compito della Next Gen è prepararli affinché possano essere pronti quando la prima squadra avrà bisogno di loro.

E quando tornano?

Devono nuovamente calarsi nella Serie C.

È probabilmente questa la parte più interessante.

Non esiste necessariamente un momento preciso nel quale un ragazzo “diventa” definitivamente giocatore della prima squadra. Può salire, scendere, imparare, giocare e risalire.

La Next Gen può diventare il vero laboratorio Juve

Per anni abbiamo pensato alla seconda squadra soprattutto come a un ponte.

Forse dovremmo cominciare a considerarla un laboratorio.

Perché il salto dalla Serie C alla Serie A è enorme, ma proprio per questo l’esperienza può essere preziosa. Brambilla deve insegnare ai suoi ragazzi ciò che nessun allenamento con Bremer o Kolo Muani può riprodurre: giocare contro uomini, soffrire una partita sporca, capire quando bisogna essere belli e quando invece basta essere efficaci.

Poi arriva Spalletti e chiede altro.

Letture, occupazione degli spazi, capacità di modificare posizione e funzione.

Ed è qui che potrebbe nascere la continuità.

Carnevali ha indicato una direzione

Le parole di Giovanni Carnevali degli ultimi giorni aiutano a mettere insieme alcuni pezzi.

La Juventus vuole investire sui giovani, possibilmente aumentare la presenza italiana e utilizzare anche la Next Gen come strumento per produrre calciatori da portare sopra o accompagnare attraverso altri percorsi.

C’è una ragione sportiva e ce n’è una economica.

La Juventus non può pensare di comprare sempre il giocatore quando vale già 70 milioni. Deve riuscire qualche volta a trovarlo quando ne vale dieci, oppure costruirselo.

Carnevali, nello stesso intervento, ha detto una cosa particolarmente interessante su Spalletti: insegna calcio.

Non semplicemente allena.

Insegna.

Se la Juventus vuole puntare maggiormente sui giovani, avere un allenatore considerato dalla propria dirigenza un insegnante non è un particolare secondario.

Spalletti e i giovani Juve: cosa sta nascendo con la Next Gen?

Le ultime riflessioni dello stesso Spalletti permettono di aggiungere un altro pezzo.

Il suo calcio non sembra voler imprigionare il giocatore dentro una casella. Gli chiede piuttosto di capire ciò che sta succedendo.

Cambiano gli spazi, cambiano i riferimenti, cambiano i compiti.

Il giovane deve imparare a scegliere.

Ed è probabilmente questo il punto nel quale dobbiamo cercare eventuali analogie con Brambilla.

Non nel numero dei difensori.

Brambilla può giocare a tre e Spalletti a quattro. Il giorno successivo possono fare il contrario.

La vera domanda è: quando Makiobo, Amaradio, Grelaud o Owusu salgono, riconoscono quello che Spalletti chiede oppure entrano in un mondo completamente diverso?

Se lo riconoscono, allora esiste davvero qualcosa.

Non necessariamente un modulo Juventus.

Una grammatica Juventus.

Due allenatori diversi, ed è giusto così

Attenzione però a non confondere continuità con omologazione.

Brambilla deve vincere partite in Serie C.

Deve gestire giovani che affrontano calciatori più esperti, squadre che concedono poco, duelli, seconde palle, campi e partite nei quali il talento da solo non risolve nulla.

Spalletti prepara una Juventus che deve tornare ai vertici.

Sono due mestieri differenti.

Forse proprio per questo non avrebbe senso chiedere loro di allenare due squadre fotocopia.

Il punto potrebbe essere un altro: fare in modo che il ragazzo cresciuto sotto sappia arrivare sopra senza dover ricominciare da zero.

E Spalletti rimane lì

A questo punto torniamo a quella scena.

Ultimo tratto dell’amichevole.

I grandi non ci sono praticamente più. Sono rimasti ragazzi che presto torneranno da Brambilla, alla Serie C, alle loro partite e al loro campionato.

Spalletti potrebbe andare.

Non va.

Continua a parlare e a correggere. Lo fa persino dopo il fischio finale.

Non sappiamo se dietro ci sia un progetto tecnico formalizzato fra i due allenatori e non avrebbe senso inventarlo.

Sappiamo però che Brambilla prepara i ragazzi pensando anche alla prima squadra, che Spalletti li conosce e continua a chiamarli, e che la società considera contemporaneamente Next Gen, giovani e capacità didattica dell’allenatore parti importanti del proprio percorso.

Forse non dobbiamo cercare una Juventus Next Gen che copi quella dei grandi.

Forse il progetto è molto più semplice e, allo stesso tempo, più ambizioso:

fare in modo che quando un ragazzo apre la porta dello spogliatoio di Spalletti non entri in un calcio che non ha mai visto.

Non sappiamo ancora se sia davvero così.

Ma adesso abbiamo qualche ragione in più per guardare cosa succede quando i ragazzi salgono.

E soprattutto quando tornano giù.

 

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Opinionista e giornalista sportivo. Collaboro con Top Planet e Radio Bianconera. Scrivo, oltre che per Ju24.it, per CalcioStyle e Bianconeranews, Gestisco su FB la pagina de "Il Grande Bianconero" e "Juventini". Conduco dirette e ne organizzo la regia.

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