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Juve, il modulo non basta: Spalletti vuole una squadra che sappia cambiare

Juve, il modulo non basta: Spalletti vuole una squadra che sappia cambiare

Qual’è il modulo di Spalletti? Prima il 4-2-3-1. Poi il 3-4-2-1. Poi di nuovo il 4-2-3-1.

La tentazione è chiedersi quale sia quello giusto. La domanda, invece, è un’altra: perché la Juventus dovrebbe averne uno solo?

Luciano Spalletti sembra avere già dato la risposta. Prima del Sassuolo aveva spiegato che la rosa gli consentiva di utilizzare sistemi diversi e che l’assenza di Locatelli avrebbe distribuito maggiormente le responsabilità.

Le partite successive hanno dato concretezza a quelle parole.

Contro il NEC la Juventus ha cambiato struttura e ha vinto 5-0. Contro l’Atalanta è tornata al 4-2-3-1 e ha vinto 2-0.

Il modulo, dunque, non è il punto d’arrivo. È uno strumento.

Spalletti e il modulo
LUCIANO SPALLETTI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

L’emergenza obbliga a pensare diversamente: Spalletti e i moduli.

Le assenze hanno tolto a Spalletti alcune certezze, ma hanno anche imposto una domanda utile: cosa succede quando non puoi sostituire un giocatore con un altro che svolga esattamente lo stesso lavoro?

La risposta non può essere sempre un nome. Deve essere un sistema.

Se manca un centrocampista, qualcun altro dovrà assorbire una parte delle sue responsabilità. Se manca un giocatore offensivo, la sua funzione può essere redistribuita. Se un terzino sale, un centrocampista deve essere pronto a coprire.

È così che nasce una squadra capace di adattarsi. Non dalla possibilità di cambiare modulo sulla carta, ma dalla capacità di cambiare compiti sul campo.

McKennie è il giocatore che meglio rappresenta questa idea

Weston McKennie è il caso più evidente.

Contro il NEC è partito alle spalle di Woltemade. Contro l’Atalanta è stato schierato in mediana con Douglas Luiz. Due posizioni molto diverse.

Ma la sua importanza non sta nel semplice elenco dei ruoli. Sta nell’effetto che produce.

McKennie può allargarsi e liberare il centro. Può stringere e lasciare spazio all’esterno. Può attaccare la profondità. Può abbassarsi. Può aumentare la pressione.

Ogni suo spostamento può obbligare un compagno a fare qualcosa di diverso.

È questo che lo rende un jolly. Non il fatto che possa giocare ovunque, ma il fatto che possa cambiare la squadra quando cambia posizione. È una caratteristica preziosa soprattutto in una Juventus che deve ancora fare i conti con assenze e disponibilità variabili. Ma va utilizzata con criterio. McKennie non può diventare la risposta automatica a ogni problema. Un jolly non deve tappare i buchi: deve offrire soluzioni.

Il 3-4-2-1 non è una svolta. Il 4-2-3-1 non è una certezza

La vittoria contro il NEC non significa che Spalletti abbia trovato il modulo definitivo. Lo stesso allenatore ha spiegato che la squadra aveva bisogno di maggiore compattezza e che cambiare qualcosa, dopo Sassuolo, era stata la scelta giusta.

La vittoria contro l’Atalanta non dimostra il contrario. Dimostra semplicemente che la Juventus può cambiare. E deve farlo senza perdere equilibrio.

È qui che la questione diventa interessante.

Una squadra può partire con quattro difensori e costruire con tre. Può avere due centrocampisti sulla formazione e trovarne tre nella fase di possesso. Può partire con un trequartista e ritrovarsi con un esterno largo.

Non è necessariamente un cambio di modulo. È un cambio di comportamento. Ed è proprio questo che Spalletti sembra voler ottenere.

Il vero salto è non dipendere dalle caselle

La Juventus deve smettere di essere una squadra che funziona soltanto quando ogni giocatore occupa il proprio posto ideale. Deve diventare una squadra nella quale il posto di uno può essere modificato perché un altro sa compensarlo. È una differenza enorme.

Perché significa avere una rosa che non viene semplicemente sommata, ma collegata.

La difesa può aiutare il centrocampo. Il centrocampo può proteggere la difesa. L’attacco può contribuire alla fase di non possesso. Un giocatore offensivo può abbassarsi e un centrocampista può attaccare lo spazio.

Le distanze diventano più importanti delle caselle. Le relazioni diventano più importanti dei numeri. E la duttilità diventa una qualità collettiva, non più soltanto individuale.

La Juventus che cambia senza perdersi

Spalletti non deve necessariamente consegnare alla Juventus un modulo nuovo. Deve consegnarle qualcosa di più difficile: la capacità di cambiare senza perdere sé stessa.

Il NEC e l’Atalanta hanno offerto due risposte diverse alla stessa esigenza. Contro gli olandesi serviva maggiore compattezza; contro i bergamaschi la squadra ha ritrovato il 4-2-3-1 e ha gestito anche i momenti nei quali è stata costretta a difendersi.

È ancora presto per dire dove porterà questo percorso. Ma una cosa è già chiara: la Juventus di Spalletti non sembra voler dipendere da una sola forma.

E allora anche McKennie assume un peso diverso. Non è soltanto quello che può giocare in più posizioni. È uno di quelli che possono permettere alla Juventus di cambiare posizione senza cambiare faccia.

Il modulo è la struttura.

La squadra è quello che riesce a fare quando quella struttura comincia a muoversi.

E la Juventus, oggi, sembra avere finalmente una domanda più interessante del semplice “4-2-3-1 o 3-4-2-1?”.

Quanto può cambiare senza perdersi?

 

continua con Spalletti e il modulo

Opinionista e giornalista sportivo. Collaboro con Top Planet e Radio Bianconera. Scrivo, oltre che per Ju24.it, per CalcioStyle e Bianconeranews, Gestisco su FB la pagina de "Il Grande Bianconero" e "Juventini". Conduco dirette e ne organizzo la regia.

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