Da juventino posso accettare di perdere. Posso riconoscere la superiorità di un avversario, comprendere un periodo difficile e persino accettare che serva tempo per costruire qualcosa di importante.
Quello che non riesco più ad accettare è vedere una Juventus che sembra non sapere quale calcio voglia giocare.
E allora lo dico senza cercare formule diplomatiche: se questa è la strada scelta, bisogna avere il coraggio di fermarsi e cambiarla. Subito.

Juventus, il problema non è la stanchezza: manca un’identità
Non voglio più sentire parlare soltanto di centrocampo corto, di partite ravvicinate o di condizione fisica.
Sono difficoltà che esistono e che nessuno intende negare. Ma non possono spiegare perché una squadra perda così frequentemente sicurezza, organizzazione e convinzione.
Una formazione può essere stanca e mantenere comunque le proprie distanze. Può avere giocatori indisponibili e continuare a riconoscersi in determinati movimenti. Può attraversare un momento negativo senza smarrire completamente la propria personalità.
Alla Juventus, invece, sembra mancare proprio questo.
Non vedo una squadra capace di imporre le proprie idee con continuità. Vedo calciatori che cercano soluzioni individuali, reparti che faticano a dialogare e un’organizzazione che troppo spesso sembra dipendere dalle circostanze.
E soprattutto non vedo quella convinzione collettiva che dovrebbe accompagnare chi indossa questa maglia.
Non è una questione di retorica juventina. È una questione di calcio.
Perché senza un’identità, anche una rosa ricca di qualità rischia di diventare un insieme di giocatori che non riescono a valorizzarsi reciprocamente.
Spalletti deve scegliere: continuare così oppure cambiare davvero
Luciano Spalletti è un allenatore esperto, con una propria concezione del calcio e un percorso professionale che merita rispetto. Ma il rispetto per la sua carriera non può impedire di giudicare il lavoro che sta svolgendo.
E oggi quel lavoro, almeno per quanto emerge dal campo, non mi convince.
La sua Juventus dovrebbe essere fluida, capace di modificare le posizioni e di adattarsi alle situazioni. Ma quando i movimenti non producono vantaggi, quando i giocatori sembrano perdere riferimenti e quando la squadra non riesce a esprimere continuità, bisogna interrogarsi sull’efficacia del sistema.
Il problema non è stabilire se sia meglio il 4-2-3-1 oppure il 4-3-3.
Il problema è capire se gli interpreti abbiano davvero assimilato ciò che viene loro richiesto.
E soprattutto se quelle richieste siano compatibili con le caratteristiche della rosa.
Mi piacerebbe vedere uno Spalletti meno preoccupato di dimostrare la validità delle proprie idee e più disposto a verificare se quelle idee siano realmente adatte alla squadra.
Perché un grande allenatore non è soltanto quello che possiede convinzioni forti. È anche quello che sa metterle in discussione quando la realtà suggerisce una strada diversa.
Il coraggio non consiste nel difendere sempre le proprie scelte. A volte consiste nell’ammettere che bisogna cambiarle.
Perché contro la Juventus sembrano tutti più forti?
È una domanda che mi accompagna da tempo.
Perché così spesso gli avversari sembrano più organizzati, più determinati, più sicuri dei propri mezzi?
Perché squadre sulla carta inferiori riescono a mostrare un’identità che alla Juventus fatichiamo a riconoscere?
E perché giocatori che arrivano a Torino accompagnati da aspettative importanti finiscono talvolta per perdere brillantezza, personalità e continuità?
Non credo che la spiegazione possa essere sempre la stessa: abbiamo acquistato calciatori sopravvalutati.
Può essere accaduto. Può accadere ancora. Ma quando il problema coinvolge ripetutamente giocatori differenti, diventa necessario interrogarsi anche sull’ambiente tecnico nel quale devono esprimersi.
Un calciatore non perde improvvisamente tutte le proprie qualità. Può però perdere fiducia, riferimenti e convinzione.
E se questo fenomeno si ripete, forse bisogna smettere di considerarlo soltanto un problema individuale.
Io vorrei vedere questa Juventus con un altro allenatore
Non lo dico per rabbia e non lo sostengo soltanto dopo una prestazione negativa.
È una convinzione che porto avanti da tempo.
Vorrei vedere questa squadra affidata a un tecnico differente, con idee diverse e magari con un’impostazione più semplice, più aderente alle caratteristiche dei giocatori disponibili.
Non perché abbia la certezza che le cose migliorerebbero. Anzi, sono perfettamente consapevole del rischio.
Potremmo scoprire che il valore della rosa è stato sopravvalutato, che alcuni acquisti non sono stati all’altezza delle aspettative e che non esistono soluzioni immediate.
Sarebbe una conclusione dolorosa, ma almeno avremmo un elemento in più per capire.
Oppure potremmo accorgerci che gli stessi giocatori, inseriti in un’organizzazione differente, sono capaci di offrire prestazioni decisamente migliori.
In entrambi i casi avremmo fatto un passo avanti.
Perché il vero rischio non è cambiare allenatore e scoprire che non basta.
Il vero rischio è non cambiare nulla e continuare a perdere tempo senza capire dove sia il problema.
E se il problema fosse più in alto?
C’è però un interrogativo che non possiamo continuare a ignorare.
Negli ultimi anni alla Juventus sono cambiati tanti protagonisti. Allenatori, dirigenti, giocatori. Ogni cambiamento è stato accompagnato da nuove aspettative e dalla promessa di una ripartenza.
Eppure, troppo spesso, siamo tornati al punto di partenza.
Possibile che sbaglino sempre gli allenatori? Possibile che siano sempre i calciatori a non essere all’altezza?
Oppure esiste una difficoltà più profonda nella costruzione e nella gestione del progetto sportivo?
Non conosco ciò che accade nelle stanze della società e non intendo attribuire responsabilità senza elementi concreti. Ma credo sia legittimo chiedere chi stabilisca la direzione, chi scelga gli uomini e chi debba rispondere quando le decisioni non producono i risultati attesi.
Perché una società forte non si riconosce soltanto dalla capacità di acquistare giocatori o sostituire allenatori.
Si riconosce dalla coerenza delle scelte e dalla capacità di correggere gli errori.
E alla Juventus, oggi, è proprio questa coerenza che vorrei tornare a vedere.
Siamo soltanto a ottobre. Eppure il tempo sembra già finire
Fa impressione dover discutere di una stagione potenzialmente compromessa quando siamo ancora nelle prime settimane d’autunno.
Eppure le prossime partite possono pesare moltissimo sulle ambizioni della Juventus, mentre continuiamo a interrogarci su questioni che avrebbero dovuto trovare risposta da tempo.
Qual è la vera identità della squadra? Quale sistema valorizza maggiormente i giocatori? Quali sono le certezze sulle quali costruire?
Non possiamo affrontare ogni partita sperando che sia quella della svolta, per poi ricominciare da capo alla difficoltà successiva.
Serve una decisione coraggiosa. E serve adesso.
Non chiedo una Juventus imbattibile. Chiedo una Juventus che voglia vincere
Non mi interessa raccontare che una volta si vinceva sempre. Non era così, e chi conosce davvero il calcio lo sa.
Anche la Juventus ha attraversato stagioni difficili, sconfitte dolorose e momenti di ricostruzione.
Ma c’è una differenza enorme tra perdere una partita e dare la sensazione di non avere gli strumenti, la convinzione o la personalità per provare a vincerla.
Io non pretendo risultati garantiti.
Pretendo di vedere una squadra che sappia cosa fare, che reagisca alle difficoltà, che riconosca i propri limiti e lavori concretamente per superarli.
Pretendo un allenatore disposto ad assumersi le proprie responsabilità e una società capace di spiegare, attraverso le decisioni, quale futuro intenda costruire.
Non bastano più le rassicurazioni. Non basta ripetere che il gruppo lavora bene, che esiste fiducia e che i risultati arriveranno.
Sono parole che abbiamo già sentito troppe volte.
La Juventus ha bisogno di risposte. Di scelte. Di fatti.
Perché chi ama questa squadra può accettare una sconfitta, può sopportare una stagione difficile e può persino comprendere la necessità di ricominciare.
Ma non può essere chiamato continuamente ad avere fiducia in un progetto del quale non riesce a riconoscere la direzione.
La gente di sport le risposte le vuole vedere, non sentire.
E chi guida la Juventus dovrebbe cominciare a ricordarselo.
Fonti ufficiali
— Le dichiarazioni di Spalletti e Vicario dopo Juventus-Lazio, 18 ottobre 2026.